domenica 17 ottobre 2010

Lettera Y ovvero dell'armonia dei contrari



La parola scrivere designava in origine l’atto di graffiare o raschiare una superficie. Graphein in greco significa incidere, rimanda al gesto di imprimere segni sulla pelle di una superficie, siano essi immagini, pittogrammi o lettere di un alfabeto. Un verbo che allude alla vicinanza tra l’atto della scrittura e quello del dipingere.
Come la pittura, anche la scrittura, tesse un dialogo con lo spazio, disseminando i suoi semi verbali nel campo arato della pagina, affinché il senso germogli. Un gesto originario, insomma quello che Giovanni ingaggia nell’incontro con lo spazio pittorico. Un tuffo all’indietro, verso le origini. All’inizio c’è una distesa bianca, immacolata, quella della tela o del foglio di carta, in cui l’artista insinua il colore, con una sensibilità che si potrebbe dire quasi topografica. La superficie pittorica diventa la mappa di un mondo interiore concentrato ed essenziale, solcata da segni dinamici o forme che dischiudono contenuti simbolici.

Nei quadri di Giovanni le campiture di colore, definiscono due territori disgiunti, divisi da un’invisibile linea di confine, che separa due realtà tra loro. Quella linea invisibile racconta la storia di una discordanza che può rivelarsi feconda, se ascoltata. Senza la differenza infatti non potrebbe esistere nulla, sembra dirci questa linea. Non può darsi un alto senza un basso, un femminile senza un maschile, un pieno senza un vuoto. Ad ogni inspirazione segue sempre un’espirazione. La relazione tra gli opposti appare come la condizione indispensabile, affinché le cose possano apparire, venire all’esistenza.
L’opera diviene allora il campo, il terreno di scontro e di confronto, dove le tensioni fra i contrari si manifestano e cercano una sintesi che salvi entrambi. La profondità del dramma si stende sulla superficie, il conflitto viene per un attimo disinnescato per volgere alla ricerca di una realtà ordinatrice superiore, di una coscienza capace di ricomporre nel colore le lacerazioni, i dualismi.

Il senso di equilibrio, l’accordo viene apparentemente conquistato dalla stesura morbida e concentrata del colore, dal rigore geometrico dello sfondo. Zone di rosso squillante, campiture di nero, sorde, zone di bianco luminoso, separate tra loro da cerniere impercettibili intessono tra loro rapporti armonici, suggerendo una vicinanza con la musica – terreno tra l’altro intensamente frequentato da Giovanni. Su questo sfondo, momentaneamente pacificato, prende corpo il segno, dinamico, motorio, graffiato nella carne del colore. Linee nervose, schizzi di forme, cenni di figure, lettere e, a volte, simboli, carichi di energia e di moto fendono lo spazio, caricandolo di vibrazioni inconsce. La loro presenza abbozzata contraddice il rigore degli sfondi. Dalle tracce grafiche come pura energia motoria gradualmente la mano tende a comporre i segni in linee, in figure e infine in forme alfabetiche e simboli.
La lettera Y, che si distacca dall’armonia dello sfondo, sembra alludere al sentimento di una divaricazione che tende all’unità o viceversa al presentimento di un’unità primordiale, da cui si diramano biforcature. Possibilità che si aprono nella vita interiore e biologica degli esseri viventi.

Dalla lettera Y in altri dipinti per gemmazione sboccia la parola play. In inglese play significa suonare, ma anche fingere, recitare. La musica, quindi, da una parte, come a ricordare l’universo immaginato da Pitagora, imbastito su armonie planetarie, che si ordiscono su misure numeriche, simili a quelle acustiche. Ma anche il gioco, forse il suo contrario, ad evocare l’azzardo, l’apparente casualità contenuta in ogni avvenimento che riguardi la vita interiore e dell’universo. Le ramificazioni della vita, che si perpetua in una fatale apertura di possibilità.
Infine negli ultimi lavori affiora la presenza di un archetipo, la cui forma si precisa nel corso del tempo. Appare inizialmente come una fiamma dai contorni indefiniti per giungere nei dipinti più recenti, all’immagine di un frutto conico, molto simile a una pigna. Un simbolo che raccoglie l’esigenza di rappresentare la molteplicità nell’uno.
Il concretarsi di un bisogno di trascendenza, che richiama per la sua forma ovoidale, l’uovo cosmico dipinto da Piero Della Francesca nella Pala d’altare di Brera, emblema della resurrezione e dell’eterno. La pigna, un frutto generoso, capace di chiudere in un abbraccio la molteplicità dei fenomeni, di accogliere i semi delle realtà particolari all’interno di un tutto. Emblema di un desiderio o, forse, di una nostalgia dello spirito, terreno che noi contemporanei rischiamo di consegnare alla censura del materialismo.

Vanessa Sorrentino

Dal Catalogo ‘Continui spostamenti’ di Giovanni Ciucci - Danilo Montanari Editore 2010

domenica 8 agosto 2010

La bambina e il coniglio



La bambina ed il coniglio si guardarono stupiti, erano appena naufragati in un’onda di colore. Dopo essersi scrollati di dosso le ultime goccioline di pittura si studiarono curiosi. La bambina era molto contenta del suo vestito celeste, e quel tocco di rossetto sulle labbra la faceva apparire più grande. Sui suoi capelli era rimasta una striscia di blu elettrico che le donava un’aria da fata turchina. Il coniglio, poi, non poteva desiderare un manto più elegante, bianco come la neve. Le sue orecchie come radar si tendevano per l’emozione, cercava di sentire se fosse in arrivo un altro tsunami di colore. Ma da dove erano arrivati fin qui? A cavallo di un pennello, guidato dalla mano del signor Toccafondo? A dire il vero no, loro prima erano prigionieri di una pagina ingiallita, scolorita dal tempo, che il signor Toccafondo aveva ritrovato in un vecchio libro sonnecchiante in soffitta. Alice in wonderland si chiamava. Alice nel paese delle meraviglie. Una storia di quasi un secolo fa, piena di giochi e trasformazioni. Così, anche lui cominciò a giocare. Non poteva sopportare di veder sbiadire una povera bambina e un coniglio tanto simpatico. È stato così che nel giro di pochi minuti i due si ritrovarono con un vestito nuovo di zecca e una storia da inventare da capo. Tutto merito del signor Toccafondo! Ma chi è- vi chiederete- questo signore dal nome tanto bizzarro?! Si dice sia un caso molto raro di adulto rimasto ragazzo. La sua mente somiglia a una tavolozza piena di colori, nella quale i pensieri nuotano felicemente come pesci nell’acqua di mare. Toccafondo è un artista pescatore innamorato delle sirene. Ogni volta che ne sente il richiamo si tuffa nell’oceano dei colori, per afferrarne il segreto. Da quel tuffo si scatena l’onda che infuria nell’immaginazione e sommerge di colore vecchie foto sbiadite, fotogrammi di film d’altri tempi.

Così era accaduto anche a loro. La bambina e il coniglio sapevano di non trovarsi lì per caso, ma per effetto di una corrente misteriosa che lega i colori alle profondità del mare. L’unica cosa certa è che adesso entrambi si trovavano in mezzo a una distesa color lampone. La bambina provò a leccarla, ma accidenti!, non era di gelato. Forse era un cielo al tramonto! un campo di fiori di malva! o il fondale dipinto di un cartone animato? Dove si trovavano? Non sapevano. Ma era bello così, scoprirlo un po’ per volta.
“Come ti chiami?” chiese la bambina.
“Non posso saperlo, sono appena arrivato. Se vuoi puoi deciderlo tu!” rispose il coniglio.
“Bene, allora ti chiamerai Bianconiglio”, disse “tu puoi chiamarmi Celeste, è il nome che più mi si addice, che ne pensi?”
“Penso, penso che è perfetto!” disse Bianconiglio.
“Ma che cos’hai lì dietro!” esclamò Celeste, puntando il dito dietro la schiena del suo amico.
“È la mia ombra, qualcuno deve avermela disegnata di fresco…” affermò Bianconiglio con orgoglio.
“A che cosa serve?”
“Forse per rinfrescarsi nelle giornate di sole o per riposarsi quando si ha voglia di dormire… deve essere una specie di tana per conigli!”.
Celeste da sempre aveva creduto che l’ombra fosse la sentinella delle persone, la guardiana delle anime che non le fa mai invecchiare. Mentre i due formulavano le loro ipotesi, l’ombra cominciò a vibrare, poi si staccò leggermente dal suolo, finché prese quota e si mise a volare. Bianconiglio la osservava incredulo, mentre si librava in aria come un palloncino. Poi successe una cosa davvero stupefacente: l’ombra si sbriciolò, liberando uno sciame di farfalle nere, una delle quali si posò sulla spalla di Celeste e la trascinò in su verso il cielo. La bambina non credeva ai suoi occhi, visto dall’alto il mondo sembrava un immenso giardino fiorito con steli di lavanda, cascate di fiori di lillà e papaveri dondolati dal vento. Bianconiglio, intanto, rimasto senza la sua ombra, si sciolse al sole e si trasformò prima in un grandissimo innaffiatoio e poi in un campo di margherite. Quando Celeste atterrò nel bel mezzo del campo, colse una margherita e quella si trasformò di nuovo in un coniglio bianco, ma questa volta vestito in modo molto elegante. Giacca e cravattino e un cappello a cilindro in testa; a guardarlo bene era un innaffiatoio rovesciato. Fu così che Celeste e Bianconiglio si ritrovarono. Entrambi avevano capito che l’ombra altro non era che l’anima delle cose che si trasformano di continuo l’una nell’altra proprio come succede nei cartoni animati. E chi, se non il signor Toccafondo, poteva essere l’autore di tutto questo?

Pubblicato su Dada anno IV n°14 aprile-giugno 2009

venerdì 6 agosto 2010

Come carne elementare



Recensione a Serie del ritorno di Stefano Massari – edizione La Vita Felice, Milano, 2009

Che cos’è la morte? È quando qualcuno smette di vivere.
E quando una persona smette di vivere? Quando uno è vecchio oppure è molto malato. (…)
Tutti devono morire? Si.
Veramente tutti? Sì. Tutti devono morire.
Anche tu? Si, anch’io.
Anch’io? Si, anche tu, ma tra molto tempo. Per noi c’è ancora molto tempo.
E nessuno può fare nulla per evitarlo? Deve succedere? Sì, ma tra molto tempo.
Questo è un intenso dialogo tratto da Il nastro bianco, l’ultimo film di Michael Haneke, acclamato quest’anno a Cannes come vincitore. Un dialogo sulla morte e sul tempo tra un bambino e una giovane donna. La scoperta della morte fisica da parte di un bambino, della sua necessità porta con sé tutta la tragicità della condizione umana. Siamo tutti bambini, disorientati e inermi, di fronte a un evento così assoluto e ineluttabile. Queste parole le ho immediatamente associate all’ultimo libro di Stefano Massari La serie del ritorno. Un libro febbrile e crudo che attraversa la morte, la sua attesa, percuotendo le corde del dolore. La serie del ritorno è appunto una serie, tenta di stabilire un ordine, una successione per sconfiggere il caos, l’entropia che la morte porta con sé. I titoli dei nove capitoli, in cui è suddivisa la raccolta, rimandano a un tempo misurato con la precisione degli orologi digitali. Si apre con 00.00, un’ora zero, un inizio che potrebbe essere collocato in qualsiasi momento di ogni esistenza. La serie poi continua in una sorta di time code, una sequenza di cifre temporali che si svolge nell’arco di ventiquattro ore. Una sorta di conto alla rovescia. La scala delle ore scandisce la risalita del tempo verso la fine, ma anche verso un nuovo inizio. Un’iniziazione alla vita che passa attraverso il fuoco, che tutto arde, della morte. Nel viaggio verso una fine annunciata si dispiega infatti la tensione massima alla vita. Come in un paradosso la vita si impenna e grida vicino alla soglia. A chi resta tocca il compito di sincronizzare il tempo interiore alla realtà, allo scivolare del corpo nell’addio (“…sull’asse animale di questo urto incessante addio”). Il corpo e la sua cura sono il centro di quest’avventura tutta umana. Nella danza feroce tra l’essere e il nulla si ustiona la sua carne: “…ogni corpo che nasce è alleanza/ ogni corpo che muore è obbedienza”)
Un libro, quello di Stefano Massari, dove “la parola è tempestosa. Chiede, invoca, comanda, crolla” afferma Milo De Angelis nella prefazione, dove avviene un’apocalisse della carne e si combatte la tentazione del pudore, del non dire. La parola avviene qui secondo un ritmo percussivo dettato dall’urgenza di una tragedia incombente. Un libro-poema, dove il testo si dispone in senso orizzontale, aprendo varchi al bianco degli spazi tipografici, che dettano il ritmo di un respiro spezzato. La poesia qui fa perno sul ritmo, è parola che prende forma nel respiro di un corpo che si fa voce. Voce che entra nella stortura del destino umano sempre in bilico tra l’ insurrezione e l’obbedienza perché “sono l’obbedienza del dolore alleata cieca ai vivi benedetta/ da chi muore senza storia senza cura senza prove”. La parola è pulsazione, in cui si concentra l’urto tra il sentire e la realtà. Qui si narra della lotta e del senso d’abbandono, del cedimento infine alla legge del corpo e della natura: “la morte che dovevi diventare”, “La morte …che ti scavavi tra le gambe lungo l’arteria femorale quando mentire era salvare non avevamo altro”. Si tenta di dare forma al dolore, di cucire la ferita aperta, “tutta la mia paura muta trattenuta nella gola cieca senza cura/ inchiodata al cerchio della perdita”. Si va in cerca della guarigione, di una qualche forma di salvezza, dando spazio al giuramento d’amore: “dovevamo essere interi . tu ricordi?/ Dicevi mangia con me parla con me tienimi aperta lentamente/dammi il tuo gesto pulito il tuo riposo interamente”. Si va in cerca di un ritorno alla vita: “io troppo tardi sento che dovrei tornare/ tornare ancora sento che dovrei soltanto chiedere perdono alla vita”

domenica 21 dicembre 2008

Florilegio




La radice etimologica di preghiera è la stessa della parola precario, che in latino voleva dire ottenuto per mezzo della preghiera. Qualcosa che non dura sempre, ma soltanto finché lo vuole il concedente. Per estensione precario diventa ciò che ha poca durata, che è temporaneo.
Questa serie di piccole preghiere laiche la chiamo provvisoriamente Florilegio, perché non c’è nulla a mio avviso che simboleggi meglio la precarietà, di queste magnifiche ed effimere apparizioni naturali che sono i fiori. Ogni fiore risponde a una chiamata, come le cose che amiamo o che desideriamo fino in fondo. L’ottenere risposta dipende dalla forza della chiamata. La gratuità, il nonsense con cui la natura si comporta provoca in noi una ferita, che solo la natura stessa forse potrà ricucire.

I.
Fiore dei giacimenti d’amore
delle miniere di pietà
trivella il nostro cuore
àprivi immense cavità
aiutaci a trovare il guado
a levigare il fondo.
Rendi, presto,
alla parola il suo polline.


II.
(a mio padre)
Fiore della perdita
inconsolabile
ci hai chiuso nella sillaba
muta
che non canta
hai puntato lo stelo
nell’aldilà.
Adesso inventa le chiavi
enumera le stelle
fino allo schianto
fai entrare il canto
nelle particelle.

III.
Fiore delle colonne
che sostengono il mondo
piega il tuo stelo
calma la corsa degli atomi
puntella
la traballante costola
degli umani.
In pulsar e fili
d’erba
mostra la tua luce.


IV.
Fiore del sì e cosissia
stringi tra le labbra
un sogno
non montare gli ormeggi
spingimi in mare aperto
offri il tuo lato più audace
fruga nel sangue
e libera il suo galoppo.
Assegna alla realtà
il suo fuoco.

V.
Fiore delle guerre
del profitto sicuro
non dare frutto
stai fiore per sempre.

VI.
Fiore delle trasparenze
Degli occhi ospitali
Dei volti senza guerra
Apri la tua mano
Sollèvaci
Fai terrazze di luce
Sulla terra.
Cresci la pianta dell’armistizio
tra gli umani.


VII.
Fiore dell’azzurro cielo
Di Giotto
Del cielo a stelle fisse
Contempla il mondo
Scommetti su di noi
Aggiungi pietà
Al feroce abisso.
Allattaci, cielo.

VIII.
Fiore degli origami
Nascosto tra le pieghe
Nel chiaroscuro dei rami
Accucciati lì
Piccola barca
Nel tumulto dell’acqua.
Metti radici nell’andare
Germogli di pensiero
Rampicante
Salgono fino a te.

IX.
Fiore degli occhi amari
Che hanno cattivi risvegli
Sfiora le palpebre
Soffia via le antiche
Burrasche.
Sciogli i nodi
Ricama le stanze.


X.
Fiore scoglio di terra
Su cui le onde
Si frangono.
Fatti scudo
ai miei maremoti
incatena la sete
al suolo
tieni salde le mie ali
ai miei naufragi
fatti porto
accostami
accasami
mio sogno minerale.

mercoledì 10 dicembre 2008

Martina
Storia di Vanessa Sorrentino
Illustrazioni di Carlotta Costanzi

Martina era una bambina grande come un puntino.
Era così piccina che facilmente si perdeva.
Una volta cascò dentro al taschino del grembiule della mamma.
“Martina! Martina mia, dove sei finita?”
“Sono quaggiù mamma, dentro al tuo taschino!”.
“Ah eccoti” la mamma la ripescò tutta sporca di farina.



Un giorno Martina si infilò in cucina, voleva giocare con le stoviglie.
Saltò dentro un bicchiere, si dondolò a cavalcioni sul manico di un cucchiaio, scivolò nello scolapiatti, altalenò nella conca dei mestoli appesi a sgocciolare, poi per sbaglio cadde nella zuccheriera e si mescolò ai puntini dello zucchero.


La mamma la cercava, la cercava anche il suo papà, per non parlare del suo gatto che annusava dappertutto. Poi per fortuna la trovarono, perché era un po’ più scura dei granelli di zucchero.
Un’altra volta ci mancò poco, che la mamma la scuotesse via con le briciole della tovaglia. “Ehi mamma! Mamma!” urlava Martina, saltando di qua e di là per farsi vedere “ci sono io qui in mezzo!”. Quella volta la mamma si spaventò molto.
Chiamò il papà in salotto e gli parlò: “dobbiamo al più presto prendere dei provvedimenti, non si può andare avanti così! Se la bambina non cresce, rischieremo di smarrirla da qualche parte!”.


Il giorno dopo la mamma portò Martina da un dottore.
“Signor dottore,” gli disse “il nostro è un caso davvero strano. La nostra bambina è nata piccola come un puntino e da quel giorno non è più cresciuta di un centimetro. È così minuscola, che ci manca poco che il gatto la scambi per la sua pallina. Ci dica, che cosa possiamo fare?”, gli chiese con le lacrime agli occhi.
Il signor dottore aveva un’aria mansueta, gli occhi piccolissimi si vedevano appena dietro le lenti spesse degli occhiali, ma sembravano sorridere. Si avvicinò con delicatezza alla bambina, la sollevò con due dita e la scrutò ben bene da tutti i lati, mettendo insieme un’espressione molto concentrata,

poi all’improvviso sbottò: “Ci sono! La vostra bambina non è una bambina!”
“Che intende dire?!” esclamò la mamma in tono preoccupato.
“Non vi siete accorti, la vostra bambina è un seme e per la precisione un seme di rosa!”
La mamma spalancò occhi e bocca allo stesso tempo.
Il dottore proseguì: “Se voi la innaffierete tre volte al giorno, vedrete, crescerà forte e rigogliosa”. Così la mamma ripose Martina nella sua scatolina, che serviva per i grandi spostamenti e la riportò a casa. Quando furono in cucina, la posò su un piattino e le versò un po’ d’acqua addosso. “Hi,hi,hi!” Martina fece una risatina,


tutta quell’acqua fresca le faceva il solletico.
Così da quel giorno, ogni giorno la mamma faceva una doccia fresca alla sua bambina.
E fu così che in primavera Martina gettò le sue prime foglioline.



Poi al posto della testa spuntò un piccolo bocciolo rosso. Quel giorno la mamma capì che era ora di trapiantarla in giardino. Pianse un pochino, ma in fondo era felice per la sua bambina. In giardino Martina aveva tutto lo spazio per crescere in lungo e in largo. E fu così che con un po’ di pioggerella d’agosto e qualche linea di sole a zig zag, nel giro di un’estate, Martina divenne una
bellissima rosa.

Vicino a lei spuntarono tante roselline. La mamma fu così contenta di vedere la sua bambina in compagnia di tante amiche, che cucì per ognuna delle sue rose un cappottino bianco, per proteggerle dal freddo dell’inverno.

martedì 26 agosto 2008

Scarpette rosse (Aschenputtel)



a chi va nelle fiabe la sorte meravigliosa?
A colui che senza speranza si affida all’insperabile”
Cristina Campo


I. scarpette rosse
Poche tracce per fare casa
rammendi alla tela del tempo
scampoli di fiabe chiare
si accende un bagliore d’infanzia
tra la tavola e il bicchiere
cavallo imbizzarrito di memorie.
Fiore intrappolato nella polvere
cerco il tuo cuore nella burrasca

Tu piccola cenere
paradiso perduto
scarpetta di neve
trina di vetro
il tuo minuto regno alloggia
all’ombra di una mensola
nelle voci di casa
che s’impigliano al vestito
nei fiori di stoffa dov’è luce fioca
nella bianca stoviglia
incastro di foglie.
Quando la madre erbosa si piega
a fecondare l’incanto
ingenui altari di rami innalza
scaldando una preghiera
a ricucire le sponde della tana.

Ma tutto a volte pare incarbonirsi
Scarpette rosse - presagio
di duri coltelli e spine
di mandibole aperte
ginocchia scorticate
chiami il riparo di un guscio d’uovo
getti briciole nel camino
pregando che la fame aspetti
che la colomba soccorra la nidiata.



II. Invocazione alla fata madrina

“nell’orrore della selva, la fata madrina
reca allo sperduto portentosi alimenti”

Cristina Campo

Madre fata madrina
scodella di farina
sorella di latte
radice bambina
madre amalgama di stelle
piegatura del sonno
sciame di farfalle.

Madre sigillo della notte
foresta che s’inchina
acqua che s’increspa
fata turchina
schiera di pensieri
cuore armato
misterioso roseto.

Madre dono agli attenti
delta di parole
orecchio premuroso
bussola ai naviganti
madre verità scalza
cerimonia chiara
portami alla saldatura con il mondo
nel tronco rugginoso
nei solchi della corteccia
conducimi al midollo della rosa.

Madre di pelo per scaldare
di pietra dura per stare saldi.
Sorreggi il petalo
fai brillare lo stelo
tieni il filo teso.


III. La più bella del reame

Alta la scure della notte
affonda la sua lama
e scorre sul bordo di corolle,
sfiorando tenere gole.
E tu matrigna,
decapitata regina,
pieghi il canto della luna
a un segreto di spine.
La sorte è ordigno nelle tue mani.
Quest’ora d’ incauta bellezza
è d’intralcio al tuo reame
lo specchio t’impedisce il gioco.
Finché tesa sarà la pelle delle rose
farai sterminio di eredi
concerai pelli d’animale mite.
Sei tu matrigna, assurda contesa
sconcia battaglia agone
stordisci di vanità le parole
in perdite consumi fulgide ali.


IV. cenere (vestale)

Quando spezzato l’incanto
il fiore s’inceppa
lei sa tornare alla neve
cauta nel bianco terso.
Vagliando chicchi nella cenere
preme fatali dita a levante.
Tra stracci di luce impara
il segreto regno della selva
scaccia la stretta dell’orco
piantata sullo sterno.
Gettato il seme nella boscaglia
un albero si curverà a sfamarla
pulsante di sterco e di rovi
d’ erba la rivestirà e scorze d’attesa.
Per troppo sapere d’ombra
tagliole affilate pupille di lupo
con rintocco di nidi drappi di piume
per lei armeranno l’ago del cuore
stillante di promesse.
Per lei serberanno scorte di cielo.


V. strettina è la scarpetta

Voltati guarda c’è sangue nel piede
strettina è la scarpetta
la sposa è ancora nella casa.

Girati senti come ringhia quel piede
verdina è la scarpetta
la rosa è ancora nella casa.

Voltati e bada: nessuno ci crede
cortina è la scarpetta
la sposa ancora non si è arresa!

Girati ascolta! c’è fango che stride
bugiarda è la scarpetta
la sposa è in preda all’ira, offesa.

Volgiti ammira! Fedele è il suo piede
piccina è la scarpina
la sposa è finalmente presa!





VI. bambine

Bianche di viso nere di cuore
bambine di fiele capelli di viole
streghe spinose ali ferrate
della sorella nemiche ostinate.
Cucire lo strappo il buco l’inganno
smorbare il giardino dall’assillo
il cielo specchiante dovrà rivelare
il miele operoso dell’anima premiare.


VII. cerimoniale della danza
Tread softly because you tread on my dreams

W.B.Yeats

Venisse il vento
ad alleviarmi il passo
Venisse il candido vento
a custodire la mia denutrita speranza
a sollevare i fondali
a liberare caviglie per la danza.

Venisse la sabbia ad attutire la smania
di vivere senza incontrare
la tua nobile sete.
Venisse lo schietto vetro che ci rivela
il vuoto come un dono del tempo
la crepa che ci libera il sangue.

Venisse la voce a sciogliere
le tiepide mani
a portare bocche rosse
come papaveri
e cesti intrecciati di parole.

Nuovi piedi corrono per il mio giardino
mietono danze per l’avvenire
scongiurano secche del campo
smuovono la terra
affinché l’erba industriosa
in firmamenti cresca.


testi di Vanessa Sorrentino
protetti da copyright

lunedì 25 agosto 2008

Perdersi nell'inospitale bellezza


Sulla poesia di Elisa Biagini

Al centro della poesia di Elisa Biagini, troviamo il tema dell’identità femminile e di conseguenza quello del corpo. Un corpo che non viene idealizzato, ma è colto nella sua emergenza fisica. Attraverso un linguaggio aspro e conciso, la sua poesia ci sprona a un confronto diretto con la realtà materiale del corpo, fatta di ciglia, denti, nervi, ossa, cartilagini, liquidi organici e ovuli, dato che evidentemente si tratta di un corpo sessuato. Materia organica e dunque deperibile, fragile. I suoi versi brevi ed essenziali, ci avvertono: tendiamo a dare per scontato che il corpo sia nostro alleato, ma in esso alberga il pericolo del suo essere perituro. Non soltanto, l’immaginario legato al corpo non può non risvegliare paure attuali sulla possibilità di una sua alterazione tecnologica, come suggeriscono filoni di pensiero come il post- umano. Una poesia cruda, a volte, quella della Biagini, ma mai consolatoria, che ci obbliga a guardarci allo specchio, a sentire fino in fondo la fragilità del congegno umano. Nei suoi versi il corpo tende a farsi inoltre mappa di un’identità femminile, che non può mai definirsi una volta per tutte, ma vive di continue metamorfosi e confronti dolorosi. L’io subisce attriti, slabbrature, va in pezzi e il corpo diventa oggetto di una percezione feroce. Guardato dall’esterno, raggelato da uno sguardo clinico –che ricorda la prosa di Valerio Magrelli in Condominio di carne- reso oggetto da scomporre in parti autonome. L’unica ipotesi di saldatura, di ricucitura delle parti - e qui la frequente metafora del filo e del cucire a mio avviso lo rivela- coincide forse con la tensione a un ritorno, al tuorlo d’uovo, all’embrione. Potremmo dire a una percezione prenatale di sé, come se questa fosse contenuta nella memoria del corpo femminile, che a sua volta può contenere la vita: “bimba nella/placenta, bimba/sotto coperta,/nella corteccia/morbida di pelle/indurita dal/ bosco, rossa/ come scottata/ rossa che nuoti nel/tuo sangue/appena fatta, bimba/qui scodellata” (da Nel bosco, Einaudi 2007). Ne L’ospite, raccolta uscita per Einaudi nel 2004, troviamo innumerevoli riferimenti alla realtà d’un recinto, di un microcosmo domestico. La casa, qui non coincide più però con il nido, che accoglie e protegge, ma diventa luogo di rovesciamento delle certezze acquisite. Nell’apparente familiarità del nucleo ristretto, la vita si mostra quale compatta nevrosi e alienazione. A questo si aggiunge la presenza di un doppio, di un tu femminile con le sue implicazioni inquietanti. Il doppio mette a dura prova la stabilità dell’io, attraverso un gioco di somiglianze e differenze, di accoglienze e di rifiuti, l’identità si sente minacciata. L’ospite chiede di essere ammesso col rischio di divorare l’identità di chi lo accoglie, a sua volta costretto ad attuare strategie di decostruzione per sottrarsi all’annientamento “ho i tuoi pezzi di/corpo, ma mischiata di piedi/sconosciuti, orecchie nuove,/certo te, ma non tutta”. Il confronto con l’ospite, una figura materna o genealogica (una nonna?), somigliante e differente, scardina ogni speranza di solidità, mette in scena il corpo, inteso come abitudine biologica, che adempie ai rituali del pasto, della veglia e del sonno, innescando comunque la possibilità dello scacco, dell’incrinatura dolente: “non ho lasciato/pozza pezzi/di dna che tu/mi cloni, mi/fotocopi:/sola e/mutante,/con la testa/allungata di/ sospiri”. Dentro a questo teatrino o romanzo familiare in versi, fatto di ripetizioni meccaniche, “di notti fotocopie”, il corpo finisce per affermare il suo mistero, i suoi sommovimenti, la schiusa ovulare, che si oppone al desiderio di controllo di un’identità sull’altra. In Nel bosco, uscita nel 2007 per Einaudi, il riferimento è al bosco come luogo archetipico delle fiabe. Luogo dove per eccellenza ci si può perdere o ritrovare. Nei versi della Biagini questo spazio si configura come regno dell’ indistinto, selva. Il bosco è una presenza minacciosa, perturbante e non si trova fuori di noi, ma dentro il corpo stesso e con esso in molti casi coincide. Continuamente dissezionato e ricomposto, il corpo – bosco si mostra come sede di un’identità misteriosa, per raggiungere la quale occorre disfarsi della ragione, perdersi. Il solo abitante del bosco è una donna – bambina che si scruta, restituendo la mappa di un corpo infranto, decostruito: “bevuta nei/2 occhi-pozzi/specchiata nei/32 denti/annusata dai/ gangli:/perduta/cercata nelle 2/ mani-piatto”. Nell’inoltrarsi in questo sentiero, la bambina va investigando la sua identità, scivolando come in un gioco di specchi dentro a un teatro di figure femminili, familiari e straniate. Da cappuccetto rosso nella sezione Cappuccio rosso a Gretel nella sezione Gretel o del perdersi: “perduta? È il bosco/ che mi segue, che beve/ la mia ombra, mi/ svuota, tronco cavo:/io foglia, tra le/ pagine di un libro”. La sezione centrale, che si intitola La sorpresa nell’uovo, sembra suggerire un altro percorso. Quello della perdita nell’indistinto, del ritorno simbolico allo stato d’embrione, alla materia prima indifferenziato, DAS, pasta di pane o torta, burro, latte e soprattutto Uova appunto. L’autrice immagina di fare ritorno al tondo della pancia di sua madre, di ritornare feto: “io, una bolla/ di latte che/ nel tuo/ movimento si/ fa burro….io che risalgo come/pesce a pelo d’acqua/affacciata dall’/oblò della/ tua bocca” e di rimettersi al mondo: “sgusciata dal/mio primo cappotto/sbucciata all’/ossigeno, al/suono, spellata di/ placenta (una sorella)/ questa mia pelle che/ mi sbadiglia/infuori”. Il perdersi, filo conduttore della raccolta, è necessario per ritrovarsi, come sottolinea la citazione di Cattafi, citata dall’autrice,: “La mente non capisce questo amore/per certi posti remoti dell’interno,/ insidiosi, inospiti,/ di barbara bellezza./ Non capisce/ la necessaria perdita nei boschi”. Le provviste per affrontare il viaggio nell’inospitale bellezza del bosco, come nella precedente raccolta, sono frugali e misurate. Il lessico è prosciugato ed essenziale, i versi coincidono spesso con un’unica parola, gli aggettivi sono usati con parsimonia. Leggendo quest’ultima raccolta della Biagini, si ha ancora più forte l’impressione, di udire i colpi d’ascia del taglialegna, che si fa strada nel bosco del linguaggio. Si avverte lo sfregamento della lima sul foglio, lo sforbiciare, volto a eliminare il superfluo a favore di un’estrema pulizia della lingua e della visione che viene data in offerta a chi legge.