mercoledì 17 novembre 2010

LIBRI MAI MAI VISTI



Qualche giorno fa ho ricevuto questa mail: evviva!

"Gent. Vanessa,

siamo a comunicare con piacere che all'opera "Kamishibai per una bambina rosa" partecipante alla XVI edizione di Libri mai mai visti è stata assegnata una segnalazione al merito.

Ti aspettiamo il giorno 11 dicembre 2010 alle ore 16 presso il Teatro Comunale (Russi, via Cavour, 10) per la cerimonia di premiazione e la consegna del premio.

Saluti e complimenti"

Qui sotto il nostro teatrino uscito dalle sapienti mani dell'amico Piero. Il testo è mio, di Vanessa Sorrentino detta Vanelie, le illustrazioni di Carlotta Costanzi, La Carli.


Storia di una cucina



Monika Wolf è nata ad Essen in Germania e dal 2002 inizia la sua ricerca con l’associazione Arte da mangiare. In effetti verrebbe voglia di mangiarle alcune delle sue opere, capaci come sono di sollecitare tutti i sensi. La sensualità della pittura infatti ospita piccoli innesti di materiali organici come spezie e altre piacevolezze alimentari.
Con la mostra Storia di una cucina (Chiostro dei Glicini / Società Umanitaria / Milano / novembre 2010) Monika Wolf ci accompagna nello spazio più intimo della casa, dove la vita si rinnova e si riproduce grazie al semplice ed ancestrale gesto della preparazione del cibo. Un ambiente abitato tradizionalmente dalle donne, storicamente schiave e, tutto sommato, padrone del focolare domestico. E il fuoco, si sa, era l’elemento attorno al quale si concentrava tutta la casa. La parte per il tutto, il fuoco, il camino - e quindi i più moderni fornelli e cucine a gas – condensano nelle fiabe l’immagine della casa. Ed è proprio Il focolare il titolo dell’installazione composta dai mobili della cucina anni ’40 appartenuti alla madre e da un fornello. E insieme una piccola cucina delle bambole e il lebkuchenherd (fornello giocattolo fatto di dolci), la riproduzione fedele in miniatura dell’universo femminile. Giocattolo destinato anche nei giochi infantili alle future madri, sorelle e mogli che dovranno prendersi cura dei loro cari.
Un destino segnato per generazioni, la cucina, è il luogo dove si consuma una pratica avvolta da un alone magico, quella di preparare e cucinare il cibo. Il cibo è nutrimento che assimilato si fa corpo, e in questo si esprime la sua forza, il suo potere. Un potere tradizionalmente femminile. Come in un’operazione alchemica il cibo viene prima preparato dalle mani delle donne e poi trasformato dal fuoco. In seguito scomposto in molecole dal nostro corpo si fa carne e sangue.
Il processo di ricerca di questa artista si insinua tra le pieghe della propria storia famigliare, perché il cibo è soprattutto memoria. Brevi note a margine delle ricette ritrovate in casa della madre, testimoniano il passaggio di conoscenze da una generazione all’altra, dalla nonna alla madre, dalla madre alla figlia. Una storia matrilineare, frutto della ricerca fatta da Monika su antichi manoscritti tramandati dalla sua famiglia, che vanno dagli anni ’30 ai giorni nostri. Monika riscrive nelle sue tele queste ricette con la mano sinistra, stabilendo così un rapporto diretto con l’inconscio, senza l’interferenza della ragione. Un gesto questo che le permette di entrare in contatto con gli aspetti più profondi della psiche, con la naturalezza e l’istinto. Un ritorno alla madre, alle ricette e ai simboli dell’infanzia. Nell’opera Sorbetto esotico, attraverso 12 tavole di piccolo formato, racconta la preparazione di un sorbetto, gli ingredienti necessari e le fasi di esecuzione. I componenti, zucchero di canna, bucce di lime e semi sono materialmente assemblati alla tela. Ma il connubio fra arte e cibo si fa ancora più stretto negli acquarelli che rappresentano la torta di panpepato, la torta di mele e la torta di Francoforte, tele che ricordano, in chiave molto più delicata e intima, i lavori del grande artista statunitense Wayne Thiebaud.

sabato 13 novembre 2010

Nel paese di Ciccionia

Nel paese di Ciccionia di Vanessa Sorrentino con i ragazzi della Scuola Media Dante Alighieri



Ciccionia è un paese molto speciale. È un paese tutto fatto di ciccia compresi edifici, macchine, montagne e addirittura fiumi. Quando piove, nevica o grandina precipitano palline di ciccia dal cielo.
Gli abitanti del luogo vengono chiamati cicciobesi poiché dimostrano di essere persone grasse e obese. Basta immaginare che al posto degli addominali hanno i lardominali. I pochi magri esistenti nella terra di Ciccionia vengono perseguitati e obbligati ad abbuffarsi per aumentare velocemente il loro peso. Ma ora vorrei descrivervi meglio gli abitanti di Ciccionia. Questi buffi personaggi sono alti più o meno due prosciutti (metro di misura che in Italia corriponde all’incirca a un metro e quindici). Si vestono solo di sfogliatine di pane colorato che ogni tanto mangiucchiano per tenersi in forma. Il loro corpo è simile a una pera con la testa piccola e i fianchi larghi e tondeggianti.
Nei negozi di Ciccionia si vendono solo vestiti e stoviglie extra large. Pentole, piatti e bicchieri sono in misura proporzionata alla grande fame, che da anni assilla la popolazione dei cicciobesi. Solo a Ciccionia si possono gustare nei ristoranti la specialità del luogo: la cicciotagliatella. Un gustoso timballo di tagliatelle farcito di ciccioli freschi.
La scuola come tutti gli altri edifici è costruita in ciccia, i banchi sono foderati di deliziosa mortadella, mentre le aule sono imbiancate di rosso salame; ma la cosa più bella è che la materia di studio principale è basata sull’insegnamento di come abbuffarsi, incamerando la maggior quantità di calorie nel minor tempo. Le altre materie scolastiche molto studiate sono:

1) cicciomatica
2) storia dell’hamburger
3) degustazione di salumi dal mondo
4) religione, dove s’impara ad adorare il dio Strutto!

L’educazione fisica è severamente proibita. Ciò al fine di evitare a priori che qualche ciccioalunno dimagrisca. Qualora si verificasse una simile situazione non immaginate cosa potrebbe succedere!
Le leggi di Ciccionia sono molto diverse da quelle italiane. Per esempio tutti gli anni ogni abitante viene pesato sulla bilancia comunale e chi non supera le 5 tonnellate viene condannato al lardastolo e rinchiuso in prigione a vita. Per i minorenni il peso forma previsto dal codice è di 2 tonnellate. La moneta in vigore sono il cicceuro e i cicciocentesimi.
Il codice della strada non esiste, infatti poiché tutto è fatto di morbida ciccia, qualora avvenisse uno scontro, le cicciomobili rimbalzerebbero una sull’altra allegramente. I ragazzi non usano mezzi di trasporto, ma per viaggiare rotolano su se stessi.
I cicciobesiani festeggiano solo il ciccionatale e la vigilia, giorno in cui si regalano i loro famosi strutto-panettoni. Infine solo una volta all’anno i cicciobesiani partecipano alle Adipeadi, dove l’unica gara organizzata è quella del lancio del lardellotto.


pubblicato su DADA n°19- 2010 "Omaggio a Gianni Rodari" Rivista per bambini - ed. Artebambini

sabato 6 novembre 2010

TESSILE CONTEMPORANEO



TESSILE CONTEMPORANEO
continuità e contaminazioni

FABBRICA Gambettola
6 > 21 novembre 2010
Fabbrica viale Carducci 113 - Gambettola (FC)

La tessitura è una pratica che riconnette con il passato, con un fare dal carattere fortemente femminile. Nell’incontro tra trama e ordito il filo dà forma alla memoria delle donne e al loro ancestrale gesto. Tessere, cucire, rammendare, ricamare sono parole che definiscono un territorio tradizionalmente femminile, che oggi si è esteso come tecnica nell’arte contemporanea. Non più memoria di genere quindi, ma mezzo tecnico, linguaggio, codice. Non bisogna però dimenticare che questo gesto si è imposto grazie alle artiste femministe, alla loro azione coraggiosa e dirompente.
Innovare nel rispetto e nella riconoscenza di una tradizione. Parlare la lingua del tessere vuol dire aprire un dialogo tra trama e ordito, tra tradizione e futuro, tra archetipo e sperimentazione. Il filo del presente intreccia significati e trame nell’ordito del passato. Diviene fioritura di un gesto comune e prezioso, passaggio di sapere di generazione in generazione. Oggi questa pratica si apre a nuovi materiali come il feltro, il silicone, la carta etc. e a nuovi contenuti che rimandano a valori intimi, ma in qualche caso anche a temi sociali ed ambientali.
Le 13 artiste in mostra, ognuna con la sua poetica, si appropriano con riconoscenza di un linguaggio tradizionale per rilanciarlo negli umori del contemporaneo, confrontandosi con lo spazio geometrico di Fabbrica, ex cementificio S.I.C.L.I.

Le sale dalle pareti grigie accolgono il calore di opere realizzate manualmente con materiali che evocano forti sensazioni tattili. Le piccole tele di Yoshiko Noda, la sua voce sussurrata provoca un felice ascolto in chi le guarda. La delicatezza del segno, le cuciture appena abbozzate sulla stoffa esaltano il contrasto con la durezza delle pareti. Piccoli spazi di meditazione che si aprono a un umile gesto di raccolta che si unisce alla purezza orientale delle forme: “sempre vorrei raccogliere le voci bassissime da tutti i luoghi: nel vento, nelle nuvole, nel verde, nel pane, nel riso”. Le fioriture di Kaori Katoh, un omaggio alla bellezza generosa e gratuita del mondo vegetale, colto nel momento più alto dell’espressione di sé: il fiore appunto.




La preziosità inaspettata di un materiale come il silicone, che, lavorato dalle mani sapienti di Iratxe Larrea, artista basca, diventa lucente come madreperla. Piccole medaglie lucidopache, che tessute insieme prendono la forma di tappeti, asciugamani o abiti scultura. Un lavoro che non fa che interrogare il legame affettivo che si instaura tra noi e gli oggetti. E in particolare quegli oggetti di casa che si saldano alla memoria collettiva delle donne. La stanza tutta per sé di Laura Giovannardi, dove la dimensione di gioco dell’infanzia prende corpo in ninnoli, pupazzi e microsculture in feltro come carezze affettuose al bambino che risiede nell’anima di chi guarda.
Bustine di me, il lavoro di Giorgia Manfredini May, che si racconta ironicamente, prendendo le distanze da sé. Frammenti di materiali che ricomposti raccontano la sua storia come fosse istoriata sulla pergamena del presente. Come nel paese delle meraviglie poi qualcuna di queste immagini diventa enorme e una bustina da tè può essere cavalcata per entrare in un mondo incantato e mutevole.




La grande lacrima di Laura Guerinoni, che, appoggiata sul pavimento industriale rivela tutto il suo calore materico. Un intreccio fittissimo di filato grezzo, che rimanda a un mondo organico. Un sequenza rituale di nodi, come un antico scongiuro per scacciare la malinconia di un dolore intrappolato in fondo al cuore. Il dolore è il tema attorno al quale ruota anche l’opera di Tiziana Abretti, dal titolo molto suggestivo: Rompi una costola a una donna e ne ricresceranno dieci. Un’installazione composita dedicata al tema della violenza sulle donne. Una raccolta di testimonianze che fa da contrappunto a un velo calpestato, simbolo di un sogno mortificato. Il pensiero va inevitabilmente al dramma dello stupro e delle molestie sessuali, le quali avvengono nella stragrande maggioranza dei casi tra le mura domestiche.
In tutti questi lavori si rivela una sensibilità per i valori intimi così ben espressi da una materia calda come il feltro, il filo, la stoffa, ma c’è anche un’altra strada tracciata dalle opere in mostra. Quella della realtà sociale e politica del nostro tempo. Come in H.a.a.r.p. 2 di Katia Volpe, che adottando il linguaggio della scultura, modella una colonia di cuccioli di pinguino dai colori sgargianti, innaturali. Pinguini geneticamente modificati per raccontare un mondo che sta pericolosamente manipolando la struttura più intima della natura, il suo dna.
O come nell’Onda anomala di Barbara Matera. Una corsa d’acqua sistemata nella scala d’emergenza della fabbrica, raggelata, ferma come ghiaccio. Un’onda di feltro che racconta le pericolose reazioni della natura ai nostri continui oltraggi. I disastri ambientali che stanno affliggendo il nostro tempo. Dagli effetti risaliamo alle cause con l’opera di Aurelie Chadaine, che narra di un mondo in declino quello dell’alta borghesia finanziaria del nostro tempo. Una tavola apparecchiata narra di una cena d’affari che sta per consumarsi o che si è già consumata sulle tavole del nostro tempo. I bicchieri e i piatti sono di carta, fragili e incerti, come il potere economico che ci governa.

domenica 17 ottobre 2010

Lettera Y ovvero dell'armonia dei contrari



La parola scrivere designava in origine l’atto di graffiare o raschiare una superficie. Graphein in greco significa incidere, rimanda al gesto di imprimere segni sulla pelle di una superficie, siano essi immagini, pittogrammi o lettere di un alfabeto. Un verbo che allude alla vicinanza tra l’atto della scrittura e quello del dipingere.
Come la pittura, anche la scrittura, tesse un dialogo con lo spazio, disseminando i suoi semi verbali nel campo arato della pagina, affinché il senso germogli. Un gesto originario, insomma quello che Giovanni ingaggia nell’incontro con lo spazio pittorico. Un tuffo all’indietro, verso le origini. All’inizio c’è una distesa bianca, immacolata, quella della tela o del foglio di carta, in cui l’artista insinua il colore, con una sensibilità che si potrebbe dire quasi topografica. La superficie pittorica diventa la mappa di un mondo interiore concentrato ed essenziale, solcata da segni dinamici o forme che dischiudono contenuti simbolici.

Nei quadri di Giovanni le campiture di colore, definiscono due territori disgiunti, divisi da un’invisibile linea di confine, che separa due realtà tra loro. Quella linea invisibile racconta la storia di una discordanza che può rivelarsi feconda, se ascoltata. Senza la differenza infatti non potrebbe esistere nulla, sembra dirci questa linea. Non può darsi un alto senza un basso, un femminile senza un maschile, un pieno senza un vuoto. Ad ogni inspirazione segue sempre un’espirazione. La relazione tra gli opposti appare come la condizione indispensabile, affinché le cose possano apparire, venire all’esistenza.
L’opera diviene allora il campo, il terreno di scontro e di confronto, dove le tensioni fra i contrari si manifestano e cercano una sintesi che salvi entrambi. La profondità del dramma si stende sulla superficie, il conflitto viene per un attimo disinnescato per volgere alla ricerca di una realtà ordinatrice superiore, di una coscienza capace di ricomporre nel colore le lacerazioni, i dualismi.

Il senso di equilibrio, l’accordo viene apparentemente conquistato dalla stesura morbida e concentrata del colore, dal rigore geometrico dello sfondo. Zone di rosso squillante, campiture di nero, sorde, zone di bianco luminoso, separate tra loro da cerniere impercettibili intessono tra loro rapporti armonici, suggerendo una vicinanza con la musica – terreno tra l’altro intensamente frequentato da Giovanni. Su questo sfondo, momentaneamente pacificato, prende corpo il segno, dinamico, motorio, graffiato nella carne del colore. Linee nervose, schizzi di forme, cenni di figure, lettere e, a volte, simboli, carichi di energia e di moto fendono lo spazio, caricandolo di vibrazioni inconsce. La loro presenza abbozzata contraddice il rigore degli sfondi. Dalle tracce grafiche come pura energia motoria gradualmente la mano tende a comporre i segni in linee, in figure e infine in forme alfabetiche e simboli.
La lettera Y, che si distacca dall’armonia dello sfondo, sembra alludere al sentimento di una divaricazione che tende all’unità o viceversa al presentimento di un’unità primordiale, da cui si diramano biforcature. Possibilità che si aprono nella vita interiore e biologica degli esseri viventi.

Dalla lettera Y in altri dipinti per gemmazione sboccia la parola play. In inglese play significa suonare, ma anche fingere, recitare. La musica, quindi, da una parte, come a ricordare l’universo immaginato da Pitagora, imbastito su armonie planetarie, che si ordiscono su misure numeriche, simili a quelle acustiche. Ma anche il gioco, forse il suo contrario, ad evocare l’azzardo, l’apparente casualità contenuta in ogni avvenimento che riguardi la vita interiore e dell’universo. Le ramificazioni della vita, che si perpetua in una fatale apertura di possibilità.
Infine negli ultimi lavori affiora la presenza di un archetipo, la cui forma si precisa nel corso del tempo. Appare inizialmente come una fiamma dai contorni indefiniti per giungere nei dipinti più recenti, all’immagine di un frutto conico, molto simile a una pigna. Un simbolo che raccoglie l’esigenza di rappresentare la molteplicità nell’uno.
Il concretarsi di un bisogno di trascendenza, che richiama per la sua forma ovoidale, l’uovo cosmico dipinto da Piero Della Francesca nella Pala d’altare di Brera, emblema della resurrezione e dell’eterno. La pigna, un frutto generoso, capace di chiudere in un abbraccio la molteplicità dei fenomeni, di accogliere i semi delle realtà particolari all’interno di un tutto. Emblema di un desiderio o, forse, di una nostalgia dello spirito, terreno che noi contemporanei rischiamo di consegnare alla censura del materialismo.

Vanessa Sorrentino

Dal Catalogo ‘Continui spostamenti’ di Giovanni Ciucci - Danilo Montanari Editore 2010

domenica 8 agosto 2010

La bambina e il coniglio



La bambina ed il coniglio si guardarono stupiti, erano appena naufragati in un’onda di colore. Dopo essersi scrollati di dosso le ultime goccioline di pittura si studiarono curiosi. La bambina era molto contenta del suo vestito celeste, e quel tocco di rossetto sulle labbra la faceva apparire più grande. Sui suoi capelli era rimasta una striscia di blu elettrico che le donava un’aria da fata turchina. Il coniglio, poi, non poteva desiderare un manto più elegante, bianco come la neve. Le sue orecchie come radar si tendevano per l’emozione, cercava di sentire se fosse in arrivo un altro tsunami di colore. Ma da dove erano arrivati fin qui? A cavallo di un pennello, guidato dalla mano del signor Toccafondo? A dire il vero no, loro prima erano prigionieri di una pagina ingiallita, scolorita dal tempo, che il signor Toccafondo aveva ritrovato in un vecchio libro sonnecchiante in soffitta. Alice in wonderland si chiamava. Alice nel paese delle meraviglie. Una storia di quasi un secolo fa, piena di giochi e trasformazioni. Così, anche lui cominciò a giocare. Non poteva sopportare di veder sbiadire una povera bambina e un coniglio tanto simpatico. È stato così che nel giro di pochi minuti i due si ritrovarono con un vestito nuovo di zecca e una storia da inventare da capo. Tutto merito del signor Toccafondo! Ma chi è- vi chiederete- questo signore dal nome tanto bizzarro?! Si dice sia un caso molto raro di adulto rimasto ragazzo. La sua mente somiglia a una tavolozza piena di colori, nella quale i pensieri nuotano felicemente come pesci nell’acqua di mare. Toccafondo è un artista pescatore innamorato delle sirene. Ogni volta che ne sente il richiamo si tuffa nell’oceano dei colori, per afferrarne il segreto. Da quel tuffo si scatena l’onda che infuria nell’immaginazione e sommerge di colore vecchie foto sbiadite, fotogrammi di film d’altri tempi.

Così era accaduto anche a loro. La bambina e il coniglio sapevano di non trovarsi lì per caso, ma per effetto di una corrente misteriosa che lega i colori alle profondità del mare. L’unica cosa certa è che adesso entrambi si trovavano in mezzo a una distesa color lampone. La bambina provò a leccarla, ma accidenti!, non era di gelato. Forse era un cielo al tramonto! un campo di fiori di malva! o il fondale dipinto di un cartone animato? Dove si trovavano? Non sapevano. Ma era bello così, scoprirlo un po’ per volta.
“Come ti chiami?” chiese la bambina.
“Non posso saperlo, sono appena arrivato. Se vuoi puoi deciderlo tu!” rispose il coniglio.
“Bene, allora ti chiamerai Bianconiglio”, disse “tu puoi chiamarmi Celeste, è il nome che più mi si addice, che ne pensi?”
“Penso, penso che è perfetto!” disse Bianconiglio.
“Ma che cos’hai lì dietro!” esclamò Celeste, puntando il dito dietro la schiena del suo amico.
“È la mia ombra, qualcuno deve avermela disegnata di fresco…” affermò Bianconiglio con orgoglio.
“A che cosa serve?”
“Forse per rinfrescarsi nelle giornate di sole o per riposarsi quando si ha voglia di dormire… deve essere una specie di tana per conigli!”.
Celeste da sempre aveva creduto che l’ombra fosse la sentinella delle persone, la guardiana delle anime che non le fa mai invecchiare. Mentre i due formulavano le loro ipotesi, l’ombra cominciò a vibrare, poi si staccò leggermente dal suolo, finché prese quota e si mise a volare. Bianconiglio la osservava incredulo, mentre si librava in aria come un palloncino. Poi successe una cosa davvero stupefacente: l’ombra si sbriciolò, liberando uno sciame di farfalle nere, una delle quali si posò sulla spalla di Celeste e la trascinò in su verso il cielo. La bambina non credeva ai suoi occhi, visto dall’alto il mondo sembrava un immenso giardino fiorito con steli di lavanda, cascate di fiori di lillà e papaveri dondolati dal vento. Bianconiglio, intanto, rimasto senza la sua ombra, si sciolse al sole e si trasformò prima in un grandissimo innaffiatoio e poi in un campo di margherite. Quando Celeste atterrò nel bel mezzo del campo, colse una margherita e quella si trasformò di nuovo in un coniglio bianco, ma questa volta vestito in modo molto elegante. Giacca e cravattino e un cappello a cilindro in testa; a guardarlo bene era un innaffiatoio rovesciato. Fu così che Celeste e Bianconiglio si ritrovarono. Entrambi avevano capito che l’ombra altro non era che l’anima delle cose che si trasformano di continuo l’una nell’altra proprio come succede nei cartoni animati. E chi, se non il signor Toccafondo, poteva essere l’autore di tutto questo?

Pubblicato su Dada anno IV n°14 aprile-giugno 2009

venerdì 6 agosto 2010

Come carne elementare



Recensione a Serie del ritorno di Stefano Massari – edizione La Vita Felice, Milano, 2009

Che cos’è la morte? È quando qualcuno smette di vivere.
E quando una persona smette di vivere? Quando uno è vecchio oppure è molto malato. (…)
Tutti devono morire? Si.
Veramente tutti? Sì. Tutti devono morire.
Anche tu? Si, anch’io.
Anch’io? Si, anche tu, ma tra molto tempo. Per noi c’è ancora molto tempo.
E nessuno può fare nulla per evitarlo? Deve succedere? Sì, ma tra molto tempo.
Questo è un intenso dialogo tratto da Il nastro bianco, l’ultimo film di Michael Haneke, acclamato quest’anno a Cannes come vincitore. Un dialogo sulla morte e sul tempo tra un bambino e una giovane donna. La scoperta della morte fisica da parte di un bambino, della sua necessità porta con sé tutta la tragicità della condizione umana. Siamo tutti bambini, disorientati e inermi, di fronte a un evento così assoluto e ineluttabile. Queste parole le ho immediatamente associate all’ultimo libro di Stefano Massari La serie del ritorno. Un libro febbrile e crudo che attraversa la morte, la sua attesa, percuotendo le corde del dolore. La serie del ritorno è appunto una serie, tenta di stabilire un ordine, una successione per sconfiggere il caos, l’entropia che la morte porta con sé. I titoli dei nove capitoli, in cui è suddivisa la raccolta, rimandano a un tempo misurato con la precisione degli orologi digitali. Si apre con 00.00, un’ora zero, un inizio che potrebbe essere collocato in qualsiasi momento di ogni esistenza. La serie poi continua in una sorta di time code, una sequenza di cifre temporali che si svolge nell’arco di ventiquattro ore. Una sorta di conto alla rovescia. La scala delle ore scandisce la risalita del tempo verso la fine, ma anche verso un nuovo inizio. Un’iniziazione alla vita che passa attraverso il fuoco, che tutto arde, della morte. Nel viaggio verso una fine annunciata si dispiega infatti la tensione massima alla vita. Come in un paradosso la vita si impenna e grida vicino alla soglia. A chi resta tocca il compito di sincronizzare il tempo interiore alla realtà, allo scivolare del corpo nell’addio (“…sull’asse animale di questo urto incessante addio”). Il corpo e la sua cura sono il centro di quest’avventura tutta umana. Nella danza feroce tra l’essere e il nulla si ustiona la sua carne: “…ogni corpo che nasce è alleanza/ ogni corpo che muore è obbedienza”)
Un libro, quello di Stefano Massari, dove “la parola è tempestosa. Chiede, invoca, comanda, crolla” afferma Milo De Angelis nella prefazione, dove avviene un’apocalisse della carne e si combatte la tentazione del pudore, del non dire. La parola avviene qui secondo un ritmo percussivo dettato dall’urgenza di una tragedia incombente. Un libro-poema, dove il testo si dispone in senso orizzontale, aprendo varchi al bianco degli spazi tipografici, che dettano il ritmo di un respiro spezzato. La poesia qui fa perno sul ritmo, è parola che prende forma nel respiro di un corpo che si fa voce. Voce che entra nella stortura del destino umano sempre in bilico tra l’ insurrezione e l’obbedienza perché “sono l’obbedienza del dolore alleata cieca ai vivi benedetta/ da chi muore senza storia senza cura senza prove”. La parola è pulsazione, in cui si concentra l’urto tra il sentire e la realtà. Qui si narra della lotta e del senso d’abbandono, del cedimento infine alla legge del corpo e della natura: “la morte che dovevi diventare”, “La morte …che ti scavavi tra le gambe lungo l’arteria femorale quando mentire era salvare non avevamo altro”. Si tenta di dare forma al dolore, di cucire la ferita aperta, “tutta la mia paura muta trattenuta nella gola cieca senza cura/ inchiodata al cerchio della perdita”. Si va in cerca della guarigione, di una qualche forma di salvezza, dando spazio al giuramento d’amore: “dovevamo essere interi . tu ricordi?/ Dicevi mangia con me parla con me tienimi aperta lentamente/dammi il tuo gesto pulito il tuo riposo interamente”. Si va in cerca di un ritorno alla vita: “io troppo tardi sento che dovrei tornare/ tornare ancora sento che dovrei soltanto chiedere perdono alla vita”