domenica 21 dicembre 2008

Florilegio




La radice etimologica di preghiera è la stessa della parola precario, che in latino voleva dire ottenuto per mezzo della preghiera. Qualcosa che non dura sempre, ma soltanto finché lo vuole il concedente. Per estensione precario diventa ciò che ha poca durata, che è temporaneo.
Questa serie di piccole preghiere laiche la chiamo provvisoriamente Florilegio, perché non c’è nulla a mio avviso che simboleggi meglio la precarietà, di queste magnifiche ed effimere apparizioni naturali che sono i fiori. Ogni fiore risponde a una chiamata, come le cose che amiamo o che desideriamo fino in fondo. L’ottenere risposta dipende dalla forza della chiamata. La gratuità, il nonsense con cui la natura si comporta provoca in noi una ferita, che solo la natura stessa forse potrà ricucire.

I.
Fiore dei giacimenti d’amore
delle miniere di pietà
trivella il nostro cuore
àprivi immense cavità
aiutaci a trovare il guado
a levigare il fondo.
Rendi, presto,
alla parola il suo polline.


II.
(a mio padre)
Fiore della perdita
inconsolabile
ci hai chiuso nella sillaba
muta
che non canta
hai puntato lo stelo
nell’aldilà.
Adesso inventa le chiavi
enumera le stelle
fino allo schianto
fai entrare il canto
nelle particelle.

III.
Fiore delle colonne
che sostengono il mondo
piega il tuo stelo
calma la corsa degli atomi
puntella
la traballante costola
degli umani.
In pulsar e fili
d’erba
mostra la tua luce.


IV.
Fiore del sì e cosissia
stringi tra le labbra
un sogno
non montare gli ormeggi
spingimi in mare aperto
offri il tuo lato più audace
fruga nel sangue
e libera il suo galoppo.
Assegna alla realtà
il suo fuoco.

V.
Fiore delle guerre
del profitto sicuro
non dare frutto
stai fiore per sempre.

VI.
Fiore delle trasparenze
Degli occhi ospitali
Dei volti senza guerra
Apri la tua mano
Sollèvaci
Fai terrazze di luce
Sulla terra.
Cresci la pianta dell’armistizio
tra gli umani.


VII.
Fiore dell’azzurro cielo
Di Giotto
Del cielo a stelle fisse
Contempla il mondo
Scommetti su di noi
Aggiungi pietà
Al feroce abisso.
Allattaci, cielo.

VIII.
Fiore degli origami
Nascosto tra le pieghe
Nel chiaroscuro dei rami
Accucciati lì
Piccola barca
Nel tumulto dell’acqua.
Metti radici nell’andare
Germogli di pensiero
Rampicante
Salgono fino a te.

IX.
Fiore degli occhi amari
Che hanno cattivi risvegli
Sfiora le palpebre
Soffia via le antiche
Burrasche.
Sciogli i nodi
Ricama le stanze.


X.
Fiore scoglio di terra
Su cui le onde
Si frangono.
Fatti scudo
ai miei maremoti
incatena la sete
al suolo
tieni salde le mie ali
ai miei naufragi
fatti porto
accostami
accasami
mio sogno minerale.

mercoledì 10 dicembre 2008

Martina
Storia di Vanessa Sorrentino
Illustrazioni di Carlotta Costanzi

Martina era una bambina grande come un puntino.
Era così piccina che facilmente si perdeva.
Una volta cascò dentro al taschino del grembiule della mamma.
“Martina! Martina mia, dove sei finita?”
“Sono quaggiù mamma, dentro al tuo taschino!”.
“Ah eccoti” la mamma la ripescò tutta sporca di farina.



Un giorno Martina si infilò in cucina, voleva giocare con le stoviglie.
Saltò dentro un bicchiere, si dondolò a cavalcioni sul manico di un cucchiaio, scivolò nello scolapiatti, altalenò nella conca dei mestoli appesi a sgocciolare, poi per sbaglio cadde nella zuccheriera e si mescolò ai puntini dello zucchero.


La mamma la cercava, la cercava anche il suo papà, per non parlare del suo gatto che annusava dappertutto. Poi per fortuna la trovarono, perché era un po’ più scura dei granelli di zucchero.
Un’altra volta ci mancò poco, che la mamma la scuotesse via con le briciole della tovaglia. “Ehi mamma! Mamma!” urlava Martina, saltando di qua e di là per farsi vedere “ci sono io qui in mezzo!”. Quella volta la mamma si spaventò molto.
Chiamò il papà in salotto e gli parlò: “dobbiamo al più presto prendere dei provvedimenti, non si può andare avanti così! Se la bambina non cresce, rischieremo di smarrirla da qualche parte!”.


Il giorno dopo la mamma portò Martina da un dottore.
“Signor dottore,” gli disse “il nostro è un caso davvero strano. La nostra bambina è nata piccola come un puntino e da quel giorno non è più cresciuta di un centimetro. È così minuscola, che ci manca poco che il gatto la scambi per la sua pallina. Ci dica, che cosa possiamo fare?”, gli chiese con le lacrime agli occhi.
Il signor dottore aveva un’aria mansueta, gli occhi piccolissimi si vedevano appena dietro le lenti spesse degli occhiali, ma sembravano sorridere. Si avvicinò con delicatezza alla bambina, la sollevò con due dita e la scrutò ben bene da tutti i lati, mettendo insieme un’espressione molto concentrata,

poi all’improvviso sbottò: “Ci sono! La vostra bambina non è una bambina!”
“Che intende dire?!” esclamò la mamma in tono preoccupato.
“Non vi siete accorti, la vostra bambina è un seme e per la precisione un seme di rosa!”
La mamma spalancò occhi e bocca allo stesso tempo.
Il dottore proseguì: “Se voi la innaffierete tre volte al giorno, vedrete, crescerà forte e rigogliosa”. Così la mamma ripose Martina nella sua scatolina, che serviva per i grandi spostamenti e la riportò a casa. Quando furono in cucina, la posò su un piattino e le versò un po’ d’acqua addosso. “Hi,hi,hi!” Martina fece una risatina,


tutta quell’acqua fresca le faceva il solletico.
Così da quel giorno, ogni giorno la mamma faceva una doccia fresca alla sua bambina.
E fu così che in primavera Martina gettò le sue prime foglioline.



Poi al posto della testa spuntò un piccolo bocciolo rosso. Quel giorno la mamma capì che era ora di trapiantarla in giardino. Pianse un pochino, ma in fondo era felice per la sua bambina. In giardino Martina aveva tutto lo spazio per crescere in lungo e in largo. E fu così che con un po’ di pioggerella d’agosto e qualche linea di sole a zig zag, nel giro di un’estate, Martina divenne una
bellissima rosa.

Vicino a lei spuntarono tante roselline. La mamma fu così contenta di vedere la sua bambina in compagnia di tante amiche, che cucì per ognuna delle sue rose un cappottino bianco, per proteggerle dal freddo dell’inverno.

martedì 26 agosto 2008

Scarpette rosse (Aschenputtel)



a chi va nelle fiabe la sorte meravigliosa?
A colui che senza speranza si affida all’insperabile”
Cristina Campo


I. scarpette rosse
Poche tracce per fare casa
rammendi alla tela del tempo
scampoli di fiabe chiare
si accende un bagliore d’infanzia
tra la tavola e il bicchiere
cavallo imbizzarrito di memorie.
Fiore intrappolato nella polvere
cerco il tuo cuore nella burrasca

Tu piccola cenere
paradiso perduto
scarpetta di neve
trina di vetro
il tuo minuto regno alloggia
all’ombra di una mensola
nelle voci di casa
che s’impigliano al vestito
nei fiori di stoffa dov’è luce fioca
nella bianca stoviglia
incastro di foglie.
Quando la madre erbosa si piega
a fecondare l’incanto
ingenui altari di rami innalza
scaldando una preghiera
a ricucire le sponde della tana.

Ma tutto a volte pare incarbonirsi
Scarpette rosse - presagio
di duri coltelli e spine
di mandibole aperte
ginocchia scorticate
chiami il riparo di un guscio d’uovo
getti briciole nel camino
pregando che la fame aspetti
che la colomba soccorra la nidiata.



II. Invocazione alla fata madrina

“nell’orrore della selva, la fata madrina
reca allo sperduto portentosi alimenti”

Cristina Campo

Madre fata madrina
scodella di farina
sorella di latte
radice bambina
madre amalgama di stelle
piegatura del sonno
sciame di farfalle.

Madre sigillo della notte
foresta che s’inchina
acqua che s’increspa
fata turchina
schiera di pensieri
cuore armato
misterioso roseto.

Madre dono agli attenti
delta di parole
orecchio premuroso
bussola ai naviganti
madre verità scalza
cerimonia chiara
portami alla saldatura con il mondo
nel tronco rugginoso
nei solchi della corteccia
conducimi al midollo della rosa.

Madre di pelo per scaldare
di pietra dura per stare saldi.
Sorreggi il petalo
fai brillare lo stelo
tieni il filo teso.


III. La più bella del reame

Alta la scure della notte
affonda la sua lama
e scorre sul bordo di corolle,
sfiorando tenere gole.
E tu matrigna,
decapitata regina,
pieghi il canto della luna
a un segreto di spine.
La sorte è ordigno nelle tue mani.
Quest’ora d’ incauta bellezza
è d’intralcio al tuo reame
lo specchio t’impedisce il gioco.
Finché tesa sarà la pelle delle rose
farai sterminio di eredi
concerai pelli d’animale mite.
Sei tu matrigna, assurda contesa
sconcia battaglia agone
stordisci di vanità le parole
in perdite consumi fulgide ali.


IV. cenere (vestale)

Quando spezzato l’incanto
il fiore s’inceppa
lei sa tornare alla neve
cauta nel bianco terso.
Vagliando chicchi nella cenere
preme fatali dita a levante.
Tra stracci di luce impara
il segreto regno della selva
scaccia la stretta dell’orco
piantata sullo sterno.
Gettato il seme nella boscaglia
un albero si curverà a sfamarla
pulsante di sterco e di rovi
d’ erba la rivestirà e scorze d’attesa.
Per troppo sapere d’ombra
tagliole affilate pupille di lupo
con rintocco di nidi drappi di piume
per lei armeranno l’ago del cuore
stillante di promesse.
Per lei serberanno scorte di cielo.


V. strettina è la scarpetta

Voltati guarda c’è sangue nel piede
strettina è la scarpetta
la sposa è ancora nella casa.

Girati senti come ringhia quel piede
verdina è la scarpetta
la rosa è ancora nella casa.

Voltati e bada: nessuno ci crede
cortina è la scarpetta
la sposa ancora non si è arresa!

Girati ascolta! c’è fango che stride
bugiarda è la scarpetta
la sposa è in preda all’ira, offesa.

Volgiti ammira! Fedele è il suo piede
piccina è la scarpina
la sposa è finalmente presa!





VI. bambine

Bianche di viso nere di cuore
bambine di fiele capelli di viole
streghe spinose ali ferrate
della sorella nemiche ostinate.
Cucire lo strappo il buco l’inganno
smorbare il giardino dall’assillo
il cielo specchiante dovrà rivelare
il miele operoso dell’anima premiare.


VII. cerimoniale della danza
Tread softly because you tread on my dreams

W.B.Yeats

Venisse il vento
ad alleviarmi il passo
Venisse il candido vento
a custodire la mia denutrita speranza
a sollevare i fondali
a liberare caviglie per la danza.

Venisse la sabbia ad attutire la smania
di vivere senza incontrare
la tua nobile sete.
Venisse lo schietto vetro che ci rivela
il vuoto come un dono del tempo
la crepa che ci libera il sangue.

Venisse la voce a sciogliere
le tiepide mani
a portare bocche rosse
come papaveri
e cesti intrecciati di parole.

Nuovi piedi corrono per il mio giardino
mietono danze per l’avvenire
scongiurano secche del campo
smuovono la terra
affinché l’erba industriosa
in firmamenti cresca.


testi di Vanessa Sorrentino
protetti da copyright

lunedì 25 agosto 2008

Perdersi nell'inospitale bellezza


Sulla poesia di Elisa Biagini

Al centro della poesia di Elisa Biagini, troviamo il tema dell’identità femminile e di conseguenza quello del corpo. Un corpo che non viene idealizzato, ma è colto nella sua emergenza fisica. Attraverso un linguaggio aspro e conciso, la sua poesia ci sprona a un confronto diretto con la realtà materiale del corpo, fatta di ciglia, denti, nervi, ossa, cartilagini, liquidi organici e ovuli, dato che evidentemente si tratta di un corpo sessuato. Materia organica e dunque deperibile, fragile. I suoi versi brevi ed essenziali, ci avvertono: tendiamo a dare per scontato che il corpo sia nostro alleato, ma in esso alberga il pericolo del suo essere perituro. Non soltanto, l’immaginario legato al corpo non può non risvegliare paure attuali sulla possibilità di una sua alterazione tecnologica, come suggeriscono filoni di pensiero come il post- umano. Una poesia cruda, a volte, quella della Biagini, ma mai consolatoria, che ci obbliga a guardarci allo specchio, a sentire fino in fondo la fragilità del congegno umano. Nei suoi versi il corpo tende a farsi inoltre mappa di un’identità femminile, che non può mai definirsi una volta per tutte, ma vive di continue metamorfosi e confronti dolorosi. L’io subisce attriti, slabbrature, va in pezzi e il corpo diventa oggetto di una percezione feroce. Guardato dall’esterno, raggelato da uno sguardo clinico –che ricorda la prosa di Valerio Magrelli in Condominio di carne- reso oggetto da scomporre in parti autonome. L’unica ipotesi di saldatura, di ricucitura delle parti - e qui la frequente metafora del filo e del cucire a mio avviso lo rivela- coincide forse con la tensione a un ritorno, al tuorlo d’uovo, all’embrione. Potremmo dire a una percezione prenatale di sé, come se questa fosse contenuta nella memoria del corpo femminile, che a sua volta può contenere la vita: “bimba nella/placenta, bimba/sotto coperta,/nella corteccia/morbida di pelle/indurita dal/ bosco, rossa/ come scottata/ rossa che nuoti nel/tuo sangue/appena fatta, bimba/qui scodellata” (da Nel bosco, Einaudi 2007). Ne L’ospite, raccolta uscita per Einaudi nel 2004, troviamo innumerevoli riferimenti alla realtà d’un recinto, di un microcosmo domestico. La casa, qui non coincide più però con il nido, che accoglie e protegge, ma diventa luogo di rovesciamento delle certezze acquisite. Nell’apparente familiarità del nucleo ristretto, la vita si mostra quale compatta nevrosi e alienazione. A questo si aggiunge la presenza di un doppio, di un tu femminile con le sue implicazioni inquietanti. Il doppio mette a dura prova la stabilità dell’io, attraverso un gioco di somiglianze e differenze, di accoglienze e di rifiuti, l’identità si sente minacciata. L’ospite chiede di essere ammesso col rischio di divorare l’identità di chi lo accoglie, a sua volta costretto ad attuare strategie di decostruzione per sottrarsi all’annientamento “ho i tuoi pezzi di/corpo, ma mischiata di piedi/sconosciuti, orecchie nuove,/certo te, ma non tutta”. Il confronto con l’ospite, una figura materna o genealogica (una nonna?), somigliante e differente, scardina ogni speranza di solidità, mette in scena il corpo, inteso come abitudine biologica, che adempie ai rituali del pasto, della veglia e del sonno, innescando comunque la possibilità dello scacco, dell’incrinatura dolente: “non ho lasciato/pozza pezzi/di dna che tu/mi cloni, mi/fotocopi:/sola e/mutante,/con la testa/allungata di/ sospiri”. Dentro a questo teatrino o romanzo familiare in versi, fatto di ripetizioni meccaniche, “di notti fotocopie”, il corpo finisce per affermare il suo mistero, i suoi sommovimenti, la schiusa ovulare, che si oppone al desiderio di controllo di un’identità sull’altra. In Nel bosco, uscita nel 2007 per Einaudi, il riferimento è al bosco come luogo archetipico delle fiabe. Luogo dove per eccellenza ci si può perdere o ritrovare. Nei versi della Biagini questo spazio si configura come regno dell’ indistinto, selva. Il bosco è una presenza minacciosa, perturbante e non si trova fuori di noi, ma dentro il corpo stesso e con esso in molti casi coincide. Continuamente dissezionato e ricomposto, il corpo – bosco si mostra come sede di un’identità misteriosa, per raggiungere la quale occorre disfarsi della ragione, perdersi. Il solo abitante del bosco è una donna – bambina che si scruta, restituendo la mappa di un corpo infranto, decostruito: “bevuta nei/2 occhi-pozzi/specchiata nei/32 denti/annusata dai/ gangli:/perduta/cercata nelle 2/ mani-piatto”. Nell’inoltrarsi in questo sentiero, la bambina va investigando la sua identità, scivolando come in un gioco di specchi dentro a un teatro di figure femminili, familiari e straniate. Da cappuccetto rosso nella sezione Cappuccio rosso a Gretel nella sezione Gretel o del perdersi: “perduta? È il bosco/ che mi segue, che beve/ la mia ombra, mi/ svuota, tronco cavo:/io foglia, tra le/ pagine di un libro”. La sezione centrale, che si intitola La sorpresa nell’uovo, sembra suggerire un altro percorso. Quello della perdita nell’indistinto, del ritorno simbolico allo stato d’embrione, alla materia prima indifferenziato, DAS, pasta di pane o torta, burro, latte e soprattutto Uova appunto. L’autrice immagina di fare ritorno al tondo della pancia di sua madre, di ritornare feto: “io, una bolla/ di latte che/ nel tuo/ movimento si/ fa burro….io che risalgo come/pesce a pelo d’acqua/affacciata dall’/oblò della/ tua bocca” e di rimettersi al mondo: “sgusciata dal/mio primo cappotto/sbucciata all’/ossigeno, al/suono, spellata di/ placenta (una sorella)/ questa mia pelle che/ mi sbadiglia/infuori”. Il perdersi, filo conduttore della raccolta, è necessario per ritrovarsi, come sottolinea la citazione di Cattafi, citata dall’autrice,: “La mente non capisce questo amore/per certi posti remoti dell’interno,/ insidiosi, inospiti,/ di barbara bellezza./ Non capisce/ la necessaria perdita nei boschi”. Le provviste per affrontare il viaggio nell’inospitale bellezza del bosco, come nella precedente raccolta, sono frugali e misurate. Il lessico è prosciugato ed essenziale, i versi coincidono spesso con un’unica parola, gli aggettivi sono usati con parsimonia. Leggendo quest’ultima raccolta della Biagini, si ha ancora più forte l’impressione, di udire i colpi d’ascia del taglialegna, che si fa strada nel bosco del linguaggio. Si avverte lo sfregamento della lima sul foglio, lo sforbiciare, volto a eliminare il superfluo a favore di un’estrema pulizia della lingua e della visione che viene data in offerta a chi legge.

giovedì 22 novembre 2007

Fecondare l'oblio del quotidiano

appunti e incitamenti dalle opere di Amanda Chiarucci
Le icone sono quadri, oggetti devozionali, tipici dell’arte bizantina, russa e balcanica, in esse è dipinta o scolpita un’immagine sacra, spesso la Vergine con bambino o i santi. Il ciclo delle madonne, realizzato da Amanda - anche per motivi personali - si richiama fortemente a questa tradizione iconografica, trascendendone il contenuto religioso costituito e rifacendosi a una costellazione di significati intimi e personali. Passeggiando per le vie di paesi del Centro e del Sud Italia, spesso mi è capitato di rimanere incantata di fronte a certi ingenui altarini, luoghi di culto sempre pronti ad accogliere un piccolo gesto di devozione come una preghiera, un fiore, l’accensione di un lume. Le edicole votive, tabernacoli, i santuari portatili come le icone da viaggio o i tappeti destinati alla preghiera sono emblemi di una religiosità popolare commovente, che le madonne di Amanda evocano. Nel suo lavoro la ricerca e la domanda sul proprio esserci è centrale, si traduce in una sorta di rituale per definire la propria identità. Il rituale è consistito nella costruzione di piccoli corredi devozionali che venivano poi montati all’interno di una macchina per foto tessere. La meticolosa attenzione con cui Amanda creava e allestiva quelle scenografie, ricordava il gesto con cui i credenti sistemano i fiori e le candele nelle nicchie dedicate al santo patrono. Un gesto pio e pagano insieme.
Le scenografie diventavano teatrini barocchi, altarini elevati al proprio io, autoritratti per invocare i propri lari, quelli che un tempo erano considerati gli spiriti protettori della casa. Ma cos’è dunque la casa? Forse, la definizione di un perimetro di significati.
Io credo che con questo lavoro Amanda si sia aperta alla ricerca di una simbologia che fosse allo stesso tempo privata e universale. Le sue madonne sono madri protettrici di simboli e qualità insite nel femminile. Immagini rituali che affondano le radici nell’archetipo della dea madre, fondatrice e creatrice del mondo e della vita e quindi di senso. Fecondatrice di significato, vergine che si partorisce, alla ricerca di un’identità satura di valori. Il tema della madre, intesa come protettrice del simbolico, permette ad Amanda di mettere al centro il proprio vissuto, celebrandolo e cercando ciò che in esso può salvare.
Da qui nasce il ciclo delle madonne con bambino: la madonna delle officine come avventura della creazione libera e audace, la madonna della luce come simbolo della vita allo stato nascente, la madonna delle rose come l’aprirsi gratuito dei sensi, la madonna della croce come simbolo del dolore e della cura etc. Simboli presi dal quotidiano e dai sogni, dall’esperienza e dalla storia familiare, dal mondo reale e da quello visionario, dettato dall’inconscio. Tra gioco e ironia, verità e memoria, il ciclo delle Madonne parla della necessità di creare un ordine interiore che da soggettivo si faccia universale. Da qui forse l’esigenza di coinvolgere altre donne nel progetto.
L’icona, in nome della sua ripetibilità, viene impiegata come moltiplicatore di simboli. Attraverso di essa, ci si può specchiare in una molteplicità di ritratti, fino a creare un pantheon di significati in grado di contenere gli opposti: la paura e la luce, il dolore e la fecondità, la malinconia e l’avventura del fare. Il rito dell’artista consiste nel fecondare il proprio mondo interiore e quello delle altre donne. Ogni madonna tiene con sé ciò che ha di più sacro, una realtà da proteggere, una verità da raccontare. La serie di ritratti femminili suggerisce il tentativo di ritessere un ordine simbolico sempre in bilico tra il sacro e il profano, tra la verità e il travestimento, tra l’autobiografismo viscerale alla Frida Khalo e l’ironia dissacrante alla Enrico Baj. Una mappa ideale per raccontare il proprio sé, ma allo stesso tempo per smentirlo, dissacrarlo, giocare a plasmarlo nell’infinita cerimonia delle metamorfosi fino a sfiorare il kitsch. Nel tentativo di dominare la realtà, la sua eccentricità e sovrabbondanza di segni ci può travolgere. Ci sentiamo presi da quest’eccesso di segni, che forse non rimandano ad altro che a se stessi. Il kitsch, in questo contesto, forse può rappresentare una possibilità importante, riuscendo ad esprimere la ricchezza del quotidiano, arrivando a tradurre in immagine le contraddizioni, le dissonanze della nostra epoca e della sua cultura, priva di canoni e riferimenti stabili. Può esprimere una ricerca di identità, una chiave di lettura del mondo, aperto agli apporti che vengono dal basso, dal popolare, dal quotidiano. L’impiego di oggetti artificiali e posticci come le bambole, i fiori finti, i fondali di carta stagnola sono da una parte gli indizi di un’epoca che non permette alcuna trascendenza, né verso la conoscenza del sé e quindi degli archetipi universali, né verso alcun presentimento del mistero. D’altra parte questi oggetti e materiali, ricettacoli di memorie, evocano però un mondo umile, un’estetica popolare che a volte rasenta il cattivo gusto, ma che sa indubbiamente tenere vivo il rapporto col sentimento del sacro, con quel perimetro di significati che rende vivibile il mondo come casa.





Marmo

Sulla poesia di Silvia Bre

La nuova raccolta di Silvia Bre si intitola Marmo, il riferimento è a una materia dura, fredda, eppure perfetta nel suo biancore. Una materia che chiama a un confronto intrepido e che rischia in ogni momento di vincere la nostra forza. La lingua è marmo, materiale meraviglioso, da scalpellare duramente, per poi magari accontentarsi di una forma abbozzata, di una figura incompiuta. Il pericolo insito nell’atto dello scolpire la lingua è sempre quello di fallire, di cedere alla sua forza incommensurabile. Nella poesia di Silvia Bre la lingua non è un possesso sicuro, ma un continuo tenersi in contatto con ciò che ci supera in profondità e grandezza. Come se ci fosse un abisso da catturare all’amo o un immenso cielo da contenere e le parole a volte potessero deludere in questa ricognizione. L’autrice vuole tendersi fino toccare il mistero delle cose, “il disegno d’astri” che sta di scorta al nostro andare, ma ammette la possibilità che questo si sottragga al nostro sguardo e che la parola possa arrivare dopo, come la luce di stelle lontane che tardano ad illuminare la terra. Ma la promessa di un senso, suggerita dalle stelle, la fede nella poesia come “suono che tiene unito l’universo” non viene mai meno, non viene meno l’attesa dell’ “onda che sale nelle nostre menti/le stringe insieme in un respiro solo/come fosse per sempre”. Ed è proprio lì che la poesia si vorrebbe accasare, nell’abbraccio stretto alle cose, alla loro promessa d’incanto, che suggerisce la trama di un ordine, di un’unità cui apparteniamo: “mentre le api, i filari dell’uva, il caldo/i ciuffi di basilico, gli sguardi/i quattro girasoli e il pensare, i moscerini, l’aria di menta, tutto/se ne va dritto a sfarsi verso l’alto/noi intanto ci lasciamo stare/sotto l’ulivo più vecchio dell’orto- /corpi, per trattenere quell’incanto”. L’incanto dunque, il senso di stupore, cui solo la parola poetica ci può ricondurre, la parola cioè detta per ringraziare in un’atmosfera di cauta gioia, quando cogliamo in noi un’apertura nei confronti di ciò che esiste: “forse la nostra arte vera/è solo misericordia del pensiero/per tutta la materia/che se ne sta buona dentro di sé/dentro una forma”. La parola è dunque necessaria, anche se insufficiente, è l’aria che respiriamo, il cielo che contempliamo, le stelle nella loro “distanza siderale”, distanza che il poeta si sforza di colmare attraverso il suo volo. L’aquila, il suo doppio, è il vedere impersonale della poesia, capace di raddoppiare i punti di fuoco, di gettare uno sguardo dal una dimensione vasta. Il suo volo concentrico ricorda il movimento della poesia, che coglie il senso per successive approssimazioni, muovendo alla ricerca del suono esatto, della parola adeguata al sentire. “Un moto che ripete e che compone” è quello della scrittura che torna su se stessa per approfondirsi, “senza mirare a nulla che non sia/sé stessa più profondamente”.
Il libro si chiude con un poemetto Sempre perdendosi che sa dire intensamente questa malattia della voce. Sebastiano, figura dell’iconografia sacra, viene qui rappresentato come uomo, semplice voce sempre sul punto di naufragare. La fine della voce, per gran parte del poemetto, viene avvertita come una maledizione, che però non si avvera. La paura del silenzio, fa si che le parole diventino necessarie: “poso parole ignote/nella loro corrente”. E qui il perdersi coincide con un atto pieno di pietà: “mi perdo/per un’arte che raduna/e rallenta ogni gesto in una forma”, il tentativo di riunire ciò che si perde in frammenti, di dare consistenza al pensiero, ripetendo il gesto originario degli antenati di Uruk, che hanno fermato il tempo imprimendo i primi segni nell’argilla.